mercoledì 22 febbraio, 2017
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I baby-terroristi dell’ISIS: la nuova minaccia per l’Europa

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I baby-terroristi dell’ISIS: la nuova minaccia per l’Europa

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Per noi sono i figli dell’orrore. Per lo Stato Islamico sono l’ultima risorsa, l’arma finale con cui colpirci una volta perduti i propri territori.

Per i servizi segreti europei, abituati ad anticipare gli scenari prossimi venturi, rappresentano il nuovo incubo. Un incubo figlio non dell’inconscio, ma di quella terribile realtà incarnata dai fanciulli kamikaze, dai bambini killer e dai ragazzini boia addestrati nei territori del Califfato. Una brigata di mini terroristi in erba pronta, in caso di completa «débâcle» dello Stato Islamico, a mescolarsi ai profughi e sfruttare l’ingannevole innocenza della propria età per raggiungere le nostre città.

Per comprendere la concretezza della minaccia basta guardare il terribile filmato, messo in rete dal Califfato alla fine di agosto, in cui cinque bambini in mimetica tra dieci e i dodici anni sparano alla testa di altrettanti prigionieri curdi. Secondo l’intelligence inglese uno di quei ragazzini ha appena 11 anni, si chiama Joe, è nato nel Regno Unito ed è arrivato in Siria assieme alla madre Sally Jones, una convertita inglese unitasi allo Stato Islamico verso la fine del 2013. Riconosciuto dal padre, che tre anni fa se lo vide portare via sotto gli occhi, l’11enne Jo Jones, presentato nel filmato dell’Isis come Abu Abdullah Al Britani, è ora inserito nei terminali di tutte le principali forze antiterrorismo europee. Accanto al suo nome ci sono quelli di una cinquantina di altri rampolli di jihadisti originari del Regno Unito, qualche dozzina di baby terroristi d’origine francese e una decina di ragazzini d’origine australiana.

Per quanto riguarda l’Italia l’identità tenuta sotto stretto controllo è quelle del figlio di Imar Mesinovic l’imbianchino bosniaco che alla fine del 2013 si portò in Siria, dove morì combattendo per l’Isis, un bimbo di due anni strappato alla moglie cubana abbandonata nella cittadina veneta di Ponte delle Alpi. La minaccia peggiore per noi europei non è però rappresentata dai figli dei convertiti. I rampolli delle famiglie d’origine occidentale sono in gran parte schedati dall’intelligence e quindi parzialmente identificabili.

Accanto a quei fanciulli militano, combattono e uccidono almeno altri 1500 ragazzini di cui l’intelligence occidentale non conosce né il volto, né il nome. Sono orfani di militanti caduti in battaglia, bambini strappati in tenera età a famiglie sterminate dalla furia jihadista e figli messi al mondo dalle schiave yazide e ripudiati dai padri. Quelli più svegli e fisicamente più forti sono stati inseriti nelle scuole allestite per educare e sfornare i cosiddetti «leoncini del Califfato».

Cresciuti come «balilla» della jihad sono delle autentiche macchine da guerra in miniatura addestrate, sin dall’età di cinque anni, a sparare con il kalashnikov, utilizzare i giubbotti esplosivi ed uccidere senza pietà nemici e prigionieri. Il loro nome e la loro formazione sono state mutuate direttamente dall’era di Saddam Hussein quando i «leoncini del rais» erano soprattutto figli dei militanti del partito Baath formati, sin da giovanissimi, per combattere il nemico. Nell’evoluzione jihadista la spinta al fanatismo ricalca invece il modello dei khmer rossi e della Cambogia di Pol Pot dove migliaia di ragazzini vennero spinti a sterminare le proprie famiglie per dar vita ad una nuova società libera dai condizionamenti del passato.

E di quali atrocità sia capace un bimbo addestrato alla guerra l’hanno già insegnato quei conflitti africani in cui legioni di ragazzini rapiti in tenera età vengono educati ad uccidere con meccanica e fredda sistematicità. Una sistematicità che potrebbe venir utilizzata per colpire le nostre città qualora i «leoncini del Califfato», sopravvissuti alla caduta dei territori dell’Isis, riuscissero a superare i confini europei.

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